Dal Mar Jonio Alla Sila
Difficile la definizione di territorio del comprensorio dell'Alto Crotonese: come in tutta la Calabria esso si presenta
diverso per costituzione fisica, aspetti naturali ed insediamenti urbani.
In questa zona la passeggiata non può organizzarsi in funzione della
storia dell'arte, che da sola non basta a raccontare gli eventi e la civiltà di queste popolazioni ospitali.
Occorre avere poliedrica ed occhio attento ad un ambiente in cui la
natura detta ancora legge ed in pochi chilometri, per le brusche variazioni di altitudine, presenta una grande
diversità di sedimenti rocciosi (dai calcari alle argille, dalle arenarie agli scisti) mentre un manto vegetativo di tutto rispetto esibisce cespugli di mirti, di lentischi e di ginestre che man mano cedono il passo a elci, castagni, querce, pini e abeti con esemplari di
maestosa bellezza.
La flora primaverile esplode in rosso, giallo oro ed arancione nelle campagne più vicine al mare, per attenuare le sue tinte in rosa e azzurro chiaro sullo smalto erboso dei pascoli montani.
Sulle pendici più alte, fra
Verzino e
Savelli, s'alzano sullo stelo infiorescenze di orchidee selvagge e cespi di viole multicolori.
Vaste terrazze naturali, innalzatesi nei millenni sotto la spinta poderosa della
zattera africana, si affacciano su , con l'eterno mare all'orizzonte e lasciano
apparire ampie ferite di roccia e di materiali in lento degrado verso i fondovalle.
Le argille dilavate dalle piogge restituiscono sedimenti di conchiglie fossili, mentre, inghiottita dalle doline. L'acqua canta nel sottosuolo una sua segreta canzone, creando versi poetici con stalattiti e cavità lunari.
Per una logica di percorso si può assumere
Strongoli come punto di partenza e di arrivo per la sua vicinanza al mare e alla foce del Neto.
Il fiume infatti è la vera
spina dorsale di questo itinerario che pretende un turista un po' avventuroso e con un sano desiderio di una escursione non canonica.
Su di un'alta 'mesa'
Strongoli è uno dei pochi paesi della Comunità Montana dell'Alto Crotonese ad avere un centro storico vero e proprio, con un assetto urbano stratificato ed in parte ancora leggibile.
Le sue chiese ed i suoi edifici più significativi rientrano tutti in una zona delimitata dal
Castello, dalla chiesa di Santa Maria della Sanità, poi da Santa Maria delle Grazie, dalla Cattedrale e finalmente dal Bastione con la chiesetta di San Francesco di Paola.
Quartieri
storici, strade e vicoli antichi si articolano a ridosso e a fianco di questi monumenti, non intatti, ma conservati in modo appena decoroso.
Il patrimonio di
arte sacra vanta qualche esemplare significativo e segnaliamo senz'altro una Santa Filomena in legno stuccato e dipinto con dorature in Santa Maria delle Grazie. Ancora in questa chiesa la
Madonna su tavola è il dipinto più antico di tutta la Comunità, anche se con numerosi interventi di restauro non tutti idonei.
Due dipinti su tela del
XVI e XVII secolo in lento ed inesorabile declino avrebbero potuto essere il vanto della Cattedrale, se restaurati in tempo (La consegna delle Chiavi e l'Ultima Cena). Ben conservati invece gli altari in tarsia di marmi policromi e in scagliola di marmo colorato.
La strada provinciale va verso l'interno, dopo i tornanti che scendono da Strongoli, e sale verso
Melissa che appare fin dalle prime curve del
‘Petraro' come un'allegra secchiata di case gettate lungo un pendio.
Difficile qui parlare di
centro storico, per la sistemazione urbana in forte dislivello lungo la strada che scende a valle e per la compresenza di ambienti ipogei, oggi mimetizzati ed adibiti a magazzini e garages, dopo essere stati utilizzati prima come abitazioni, poi come stalle.
I resti monumentali sono pochi e sparsi, fagocitati da costruzioni più recenti o mutili di elementi significativi per la lettura stilistica.
Le strade fortemente scoscese non rendono agevole il cammino, ma questo centro può vantare nelle sue chiese una
‘Madonna con Bambino e Santi’su tela commissionata dalla famiglia Calendini e gli unici altari in scagliola di marmo firmati e datati con orgoglio da un artefice locale, prova forse della presenza di maestranze in grado di eseguire almeno alcuni lavori d'arte meno impegnativi.
San Nicola dell'Alto, il primo dei tre paesi di lingua albanese con
Carfizzi e
Pallagorio a breve distanza, si annuncia con la Chiesa di San Michele Arcangelo sul monte omonimo, coronato di antenne di ricezione di ogni tipo; poi improvvisamente, dietro l'ultima curva ci si trova al centro del paese col piccolo cimitero, dove umili croci di ferro pretendono uno sguardo per il lieve ricamo che disegnano contro il cielo.
E’ stata abbattuta un'antica chiesa del
secolo XVII e la stessa cattedrale è stata ricostruita nel 1954. Ciò che resta è poco, ma le memorie, il folklore, la tradizione sono racchiuse in una preziosa collezione di foto d'epoca che il Comune ha provveduto a far stampare e che custodisce gelosamente.
Di passaggio fra questo equilibrio di case miracolosamente radicate su uno stretto crinale, un vescovo di Santa Maria d'Anglona ha lasciato, due secoli fa, una bellissima croce astile d'argento decorata a puntinatura. Ben custoditi nella cattedrale gli oggetti di culto, le vesti liturgiche e i libri parrocchiali.
Carfizzi ben visibile dal belvedere di fianco al comune di San Nicola, è raggiungibile dopo pochi chilometri con una breve deviazione dal bivio per Pallagorìo.
Eccettuato un gradevole monumento ai caduti, ha ben poche testimonianze storiche in una chiesa madre rifatta ex novo. Nel
fondovalle può vantare invece un intatto, bellissimo manto di querce e resti di antichi mulini.
Si è dotata di una moderna ed attrezzata sede di soggiorno per scambi e gemellaggi con gruppi giovanili di tutta Europa.
Si ritorna al bivio e dopo un'assolata e silenziosa conca segnata da piccoli ponti e ordinate coltivazioni, Pallagorio sorride con i campanili delle sue chiese, non più dal
volto antico nei rifacimenti del ma piacevoli e dotate tutte di piccole,
luminose piazze, dove la gente saluta i forestieri di passaggio.
In Comune mostrano orgogliosi le fotografie degli splendidi costumi fatti ricostruire a Firenze sui modelli originali.
Anche
Umbriatico pretende una deviazione dal bivio per Verzino ed il ritorno sulla provinciale, se non si vuole scendere verso la marina di Cirò.
La strada che porta al paese è di quelle da brivido, con stretta carreggiata, curve da infarto appena protette da bassi muriccioli su altissimi dirupi di cui si scorge appena il fondovalle. Le pareti rocciose, man mano che ci si avvicina alla meta, sbriciolano sull'asfalto scaglie di albastro di un caldo colore nocciola.
Un ponte, degno delle più
suggestive incisioni del 'Voyage Pithoresque'del Saint Non, dà l'unico accesso al paese, sospeso su un'altura isolata da ogni parte.
Una bella ed antica
Cattedrale con cripta ancora più antica sovrasta l'abitato. Due opposte 'mode' culturali hanno fatto sì che una prima volta, nel
1949, un desiderio urgente di medioevo sacrificasse, decorticandola, la pelle decorativa seicentesca dell'interno: a giudicare dal bel frammento che ne resta, di pregevole fattura, il danno è stato grande e irreversibile.
Uguale rovina, in tempi più recenti, ha provocato l'istallazione dell'altare moderno con lo smantellamento del
bellissimo altare in tarsìa di marmi policromi, oggi in pezzi ammassati nella navata.
Verzino, sulla strada che prosegue per la
Sila, ha una bella Cattedrale da poco restaurata ed un palazzo municipale di antica costruzione con interventi di manutenzione impropri ma sostanzialmente intatto nelle strutture principali e ben recuperabile con un buon progetto supportato da una seria ricerca storica e documentaria.
Segno di sensibilità da parte
dell'Amministrazione è la velinatura che protegge un bel dipinto di grandi dimensioni raffigurante San Biagio, in attesa di un restauro scientifico non ancora effettuato all'atto della presente ricognizione.
Anche qui il Comune conserva una serie di antiche fotografie ed ha avviato un progetto di schedatura e di sistemazione dei documenti di archivio, come primo segno di un ricuperato, positivo rapporto con il territorio.
Ultima tappa verso la Sila è
Savelli arroccata a ,notevole altezza e immersa nella
vegetazione prettamente rnontana che già da Verzino inizia a rivestire fitta le alture.
Non ha pretese il centro storico, con una strada centrale e viuzze che da questa salgono e scendono.
Un palazzo antico parzialmente utilizzato come sede municipale, è ancora in grado di mostrare brani di tecnica muraria e piccoli, affascinanti particolari di grate in ferro originali.
Qualche altro edificio significativo reca l'offesa cemento e del rivestimento in quarzo con elementi di finto rustico, in singolare contrasto con la sincerità del luogo e degli abitanti.
Grazie alla passione di
Don Pietro Pontieri è stato recuperato ciò che restava della ‘Jesulella’ e, se il ricordo personale non mi inganna, era veramente poco.
Sono conservati, in un piccolo museo, oggetti, di vita quotidiana e attrezzi di botteghe artigiane d'altri tempi, salvati dall'oblìo. Non si può che ridiscendere da tanta vetta per guadagnare, sulla strada di Palla-Palla verso San Giovanni in Fiore, gli altri Comuni, simili a piccoli nidi arroccati in difesa sulle alture del medio corso del fiume Neto.
Più raccolto
Castelsilano, la cui chiesa madre conserva in parte gli arredi della diruta matrice di
Acerènthia. Poetica per i dirupi che domina, per la sua gente, per l'ultimo telaio, per la presenza di Teodoro Torchia, poeta e scrittore, che ha salvato brandelli di storia locale e di natura custodendoli per i rari visitatori nella chiesetta della 'Madonna della Campagna'.
Una fontana, fatta con un grumo di conchiglie fossili, commenta al sole il piccolo giardino davanti alla facciata.
Cerenzìa nuova non ha conservato molto delle
antiche reliquie della sua sede originaria, oggi suggestivo parco di rovine, con una torre che guarda ancora dall'alto con il suo occhio cieco il fondovalle del fiume Lese, privo ormai della sua importanza strategica.
Se la lungimiranza e la minuziosa ricerca di
Giuseppe Aragona non ci avesse riconsegnato almeno antiche parole scritte, attraverso documenti raccolti nel corso di una vita, oggi non saremmo in grado di dare un volto alla storia e alla civiltà di questo paese. Lodevolmente l'amministrazione comunale ha provveduto ad una recente ristampa (1998) dell'opera di questo studioso.
E’ buon segno: il risveglio della civiltà comincia sempre con la parola scritta che ha avuto ed ha tutt'ora, per la gente semplice, un carattere sacrale per la memoria storica collettiva.
Caccuri offre alla vista, sulla parte più alta, la facciata della sua chiesa madre e l'ottocentesco torrione del palazzo che fu dei Cavalcanti.
Non fa conto delle profonde
cesure di pietra, dei dirupi, dell'ardire delle vette vicine. Può vantare una Cattedrale tenuta in buono stato con tele ridipinte ma sostanzialmente recuperate, e, 'dulcis in fundo' l'antica chiesa dei Domenicani col suo bel portale cinquecentesco ancora intatto, dopo un restauro rispettoso e non invasivo ad opera dell'architetto
Bruno Fabrizi (1982).
L'interno presenta purtroppo una copertura parzialmente a cielo aperto, sotto il quale prosperava fino a qualche anno fa un albero di fichi. La pregevole cappella di
San Domenico è stata smantellata ed i rivestimenti e gli arredi sono stati depositati nell'abside dietro l'altar maggiore in custodie impermeabili, in attesa di un restauro che si spera non lontano.
Colpisce per la qualità e per la finezza di esecuzione la
scultura lignea a tutto tondo di San Domenico con la veste chiara punzonata a fiorami dorati. Pari per livello ed epoca al solo San Gregorio, una volta nella chiesa di San Giuseppe di Crotone, anche, se diverso per stile. L'azzardo di lasciare un'operi così, bella al respiro della polvere, dell'umido delle intemperie risulta sconcertante, data la esiguità di sculture lignee di tale bellezza in tutto il
Marchesato e la Comunità Montana.
Fa da 'pendent' alla chiesa, ricco di intagli lignei in abbandono, il piccolo oratorio contiguo, con gravi problemi di umidità ma sostanzialmente intatto con le sue pitture, i suoi arredi, gli scanni e persino una sorta di rubrica di legno dorato appesa al muro con i nomi dei congregati. La sola presenza dell'Oratorio e del San Domenico meriterebbero un serio corso di formazione per giovani restauratori di opere lignee, per continuare la
tradizione illustre dei Trocino di Caccuri attivi nel territorio dal 1790 (se non prima) al 1839 fra il paese di origine e Strongoli.
La scuola media ha ricostruito, con una lodevole ricerca, i costumi dell'ottocento ed ha raccolto dalle testimonianze degli anziani la
memoria di usi e mestieri ormai dimenticati.
Il palazzo dei Cavalcanti e l'interessante complesso di
Bordò nel fondovalle non sono purtroppo acessibiIi perché di proprietà privata, ma insieme resto consegnano al visitatore l'immagine di un centro veramente notevole per potenzialità di recupero e di turismo culturale.